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La Banca mondiale riduce le previsioni di crescita.

A causa della forte inflazione e dell’aumento dei tassi di interesse oltre agli effetti della guerra in Ucraina, l’istituto ha tagliato da +3% a +1,7%



La Banca mondiale ha rivisto in forte ribasso le previsioni sulla crescita mondiale nel 2023, tagliandole a +1,7% da +3% di giugno scorso, a causa della persistente inflazione, dell’aumento dei tassi di interesse e degli effetti della guerra in Ucraina. L’istituto internazionale attende poi una ripresa moderata a +2,7% nel 2024.

La Banca mondiale, nel rapporto sulle prospettive economiche mondiali, ha rivisto le previsioni per quasi tutti i Paesi sviluppati e per quasi il 70% di quelli emergenti e in via di sviluppo, con una crescita particolarmente debole negli Stati Uniti e nulla in Europa.

Come ha spiegato Ayhan Kose, direttore dell’ufficio di ricerca della Banca mondiale, “si tratta della crescita più debole degli ultimi trent’anni, fatta eccezione per la crisi del 2008 e il post-pandemia del 2020. Il rallentamento è generale e l’evoluzione dell’economia mondiale è complessa”.

La tendenza potrebbe peggiorare ulteriormente, con un rischio concreto di recessione, in caso di un nuovo shock per l’economia, causato da una fiammata dell’inflazione, da una nuova ondata di Covid o da tensioni geopolitiche.

Secondo Kose, “in caso di rialzo dei tassi di un punto percentuale da parte delle banche centrali mondiali, il peso sulla crescita globale sarebbe dello 0,6%, provocando quindi un calo dello 0,3% del Pil pro capite e quindi una recessione tecnica globale”.

Come evidenziato dalla Banca mondiale, nei Paesi sviluppati il rallentamento sarà più evidente: si prevede una crescita dello 0,5% negli Stati Uniti (contro l’1,9% stimato lo scorso giugno) e crescita zero nell’Eurozona (sempre rispetto all’1,9% precedente).

Anche i Paesi emergenti non saranno risparmiati: la crescita cinese è ora prevista al 4,3% (0,9 punti percentuali in meno) e gli altri Paesi emergenti e sviluppati dovrebbero vedere le loro economie crescere del 2,7%.

L’istituto ha inoltre espresso preoccupazione per le conseguenze del rallentamento dal punto di vista sociale e in termini di lotta al riscaldamento globale e alla povertà.

Nell’Africa subsahariana, dove vive il 60% delle persone considerate in condizioni di estrema povertà, la crescita prevista sarà probabilmente insufficiente per combatterla in modo efficace: “Ci aspettiamo una crescita dell’1% del Pil pro capite, che è di gran lunga inferiore a quella necessaria per sradicare la povertà estrema“, ha detto Kose, spiegando che “sarà quasi impossibile ridurre la povertà o anche la disuguaglianza ai livelli che vorremmo”.

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